COACH SERGIO LISOTTI

LE STAGIONI IN VIRTUS

Sergio Lisotti ultimo a destra in una formazione del 1974/75

Sergio Lisotti in piedi terzo da sinistra in una formazione del 1975/76

Lisotti nel 2016 riceve premio Barillari dalla FIP

Lisotti nel 2016 al premio Barillari dalla FIP

L’INTERVISTA DI TIFOVIRTUSROMA A

SERGIO LISOTTI

Due anni di Virtus Roma, dal 1974 al 1976. L’epoca in cui la Pallacanestro Virtus Banco di Roma studiava per diventare grande. Un’epoca di cui si sono perse quasi tutte le tracce, ma lui ci permette di continuare un percorso importante nel solco di una storia da non dimenticare. Lui è Sergio Lisotti, classe 1935, una vita segnata profondamente dalla pallacanestro e che lo ha portato nel 2015 a ricevere il premio della Fip intitolato al Prof. Mario Barilari, che fu suo allenatore e che ebbe una parte importante nella nascita della Virtus.

“Ho giocato col Professore nell’Excelsior – ci racconta – poi nel 1955 mi trasferii in Svizzera per motivi di lavoro. Ero a Zug, in un cantone di lingua tedesca, dove la pallacanestro non era conosciuta. Si praticava il Kordball, un gioco simile al basket, allora molto in voga nei posti di lingua tedesca. Piano piano li ho convinti a provare la pallacanestro e ho messo in pratica gli insegnamenti di Barilari. L’esperimento ebbe successo e così, tornato a Roma, nel 1958, ho preso la tessera come allievo allenatore con Giancarlo Primo, fino a diventare nel 1972 allenatore nazionale”.

Lisotti inizia ad allenare in prima divisione, poi in promozione. Porta la Libertas San Saba dalla promozione alla D. Nel 1970 lo chiama la Stella Azzurra per far crescere un gruppo di giovani insieme al mitico Tonino Costanzo. Nel 1972/1973 lo troviamo in Serie C alla Ricci Roma con Panunzio, ex Virtus Roma. La squadra è chiamata anche “Franchising Roma”, grazie a interventi del costruttore Jacorossi. C’è anche il Banco di Roma, che perde lo spareggio per la promozione con Palestrina. Nel 1973/1974 Lisotti allena la Ronconi.

“Avevo in squadra Rovacchi, Andreussi e altri giocatori che la Stella Azzurra aveva scartato”.

Il punto chiave per l’incontro con la Virtus Banco di Roma è proprio uno scontro diretto.

“Vincemmo in palazzetto stracolmo e accedemmo alla Serie B. Dopo quella partita fui contattato dalla dirigenza del Banco di Roma, che mi offrì il posto di allenatore. Lì c’era Umberto Della Penna, che era allenatore-giocatore. Anche loro, nonostante lo spareggio perso, andarono in B grazie alla riforma dei campionati”.

Com’era il clima nella pallacanestro anni Settanta?

“Tecnicamente era una fase di grande miglioramento. Arrivavano gli sponsor e venivano invitati spesso allenatori americani per dei clinic che erano un grande momento di arricchimento, come lo erano quelli organizzati dalla Federazione con Giancarlo Primo dedicati alla difesa e al gioco organizzato”.
Com’era il suo stile di gioco?

“Le partite da me allenate spesso finivano con punteggi bassi. Anche io davo molta importanza alla difesa e, un po’ come Liedholm nel calcio, cercavo di far capire che più abbiamo il possesso palla noi e meno ce l’hanno gli avversari. Volevo sempre il tiro mai prima del ventesimo secondo dell’azione, che all’epoca poteva durare fino a trenta secondi. O c’era contropiede rapido, o volevo un’azione organizzata. Avevamo tanti schemi e movimenti, con tagli e doppi blocchi che oggi non si vedono più, perché dopo un pick&roll si va subito al tiro. E’ diventato un po’ un tiro a segno”.

Torniamo al Banco di Roma. Come fu l’impatto?

“Non lasciai volentieri il Franchising, perché la sentivo come una mia creatura. Ma l’offerta economica era sostanziosa e accettai. Il presidente era Biagio Del Vecchio, poi venne Gaetano Cigala Fulgosi, ma il vero capo era l’avvocato Giovanni Guidi, mentre Pier Luigi Tani era il direttore sportivo”.

Stagione 1974/1975, la prima in Serie B.

“Vincemmo il primo girone e arrivammo terzi nella seconda fase. Venivo da una pallacanestro dilettantesca, dove i protagonisti erano dirigenti generosi e i genitori dei giocatori. Mi trovai in una realtà totalmente diversa, con una banca che investiva nello sport per pubblicizzare se stessa. Mi adeguai, anche perché avevo esperienza di dirigente d’azienda”.

Com’era la squadra?

“Era composta da giocatori provenienti dalle esperienze più varie, non tutti pronti per la Serie B. Impostai un lavoro molto pesante dal punto di vista fisico. Li facevo correre sulle scalinate dell’eur con i pesi, non erano abituati. Ma a lungo andare questa preparazione diede i suoi frutti. Anche tecnicamente, la squadra acquisì la mia filosofia, basata su una forte difesa e un attacco organizzato. Mi aggiornavo costantemente e sulla difesa ho anche scritto un libro che oggi è conservato in federazione. Penso di aver dato un buon contributo per il salto di qualità che la società stava cercando”. “C’erano molti giovani, che però mi seguivano. C’era ancora Umberto Della Penna, come giocatore, e anche gente esperta come Daniele Giommi, un ragazzo che proveniva da Pesaro e che conoscevo, o Dino Ninci, un giocatore che veniva da Siena e che aveva esperienza in Serie A. Tra i giovani c’era Soldini e iniziava a mettersi in luce Roberto Castellano, che era un po’ il fiore all’occhiello del settore giovanile”.

L’ha stupita vederlo diventare il capitano del Banco campione d’Italia nel 1983?

“Non avevo dubbi che avrebbe avuto un futuro in Serie A. Era un giocatore forte fisicamente e un ragazzo molto serio negli allenamenti. Lo misi presto in quintetto base e sono stato contento di tutti i suoi successivi traguardi”.

Com’era il clima nelle partite a Settebagni?

“Molto caldo. Quando la palestra era piena al massimo della capienza era bellissimo. Avevamo un tifo molto caldo e ci seguivano spesso anche in trasferta”.

Com’era la società?

“Molto organizzata. Il settore giovanile era controllato da Maurizio Polidori, poi c’era Massimo Polidori che era dirigente accompagnatore e un altro dirigente, Sergio Di Locca, dipendente della banca e al seguito della squadra”.

Stagione 1975/1976, si raggiunge la Poule per la A2.

“La squadra era migliorata. I giovani crescevano bene. Un altro arrivo importante fu quello di Pino Danzi, che poi arrivò anche lui in Serie A. Vincemmo la prima fase, perdemmo negli spareggi a Livorno in una maniera clamorosa. Ma al termine della stagione capii presto che il mio tempo era finito. Gli accordi prevedevano che la stagione per puntare alla Serie A sarebbe dovuta essere quella successiva, invece alcuni dirigenti storsero la bocca per non esserci arrivati già nel 1976. Mi arrabbiai, discussi con Pier Luigi Tani e diedi le mie dimissioni. Mi chiamò l’avvocato Guidi, che avrebbe voluto che rimanessi, ma io gli feci capire che con un attrito tra me e Tani, che era anche un dirigente di banca, non si poteva andare avanti. Tra me e lui, non potevo forzare perché scegliesse me”.

Ci rimase male?

“Lasciai il Banco di Roma con un certo rammarico, sì. Poi presero Paratore, un grandissimo allenatore, ma anche lui ci mise due anni per portare la squadra in A2. Anni dopo incontrai nuovamente Pier Luigi Tani, che poi fu trasferito a Reggio Emilia e uscì dal basket, e mi disse: “Per fortuna che ci sei stato tu ad aver insegnato alla squadra come difendere”.

La sua esperienza con la pallacanestro come è proseguita?

“Quello è un punto di rottura. Nel frattempo ero diventato dirigente d’azienda e guadagnavo bene. Non potevo più permettermi, ad esempio, di rinunciare a trasferte lunghe di lavoro per via della pallacanestro, che non era ancora professionistica. Ebbi offerte da squadre del nord, ma con mia moglie decidemmo di proseguire con la carriera lavorativa. Non ho mai abbandonato la pallacanestro, sono stato volentieri presidente del comitato regionale per cinque anni organizzando tornei e incontri per promuovere giocatori”.

C’è qualche altra figura che vuole ricordare sulla sua esperienza al Banco di Roma?

“Sicuramente Rino Saba. Un’ottima persona e un grande conoscitore della pallacanestro. Quando è morto ho pianto come se avessi perso un fratello”.

Sente un po’ suoi i grandi successi del Banco di Roma negli anni Ottanta?

“Ho sempre seguito la squadra con simpatia e avere avuto una parte nella fase iniziale della sua storia mi ha reso orgoglioso di quei successi. In generale, ci tengo a dire che tutta la pallacanestro, che va da quella giocata sui campi in terra battuta con la squadra della scuola per finire con il Banco è nel mio cuore e nei momenti di sconforto della mia vita mi soffermo a pensare delle mie partite, sia da giocatore sia da allenatore”.

Articolo con intervista a Sergio Lisotti sul girone di andata 1974/75 (Fonte: Corriere dello sport del 23-11-1974)